UN OCEANO DI…TESORI DA PRESERVARE (parte 2)

Categorie Ecologia e Sostenibilità
Microplastiche nei mari

Eccoci con la seconda parte di questa nostra rassegna sugli oceani, che abbiamo iniziato la scorsa settimana, nel caso avessi perso l’articolo lo trovi qui https://www.fiveinwonderland.com/un-oceano-di/

Oggi affronteremo tutte le sfaccettature che assume l’inquinamento degli oceani sull’intero Pianeta e come/dove/su chi ricadono le conseguenze.

  • Conseguenze sull’ecosistema marino (e non solo)

Tutte le sostanze ed i materiali inquinanti che abbiamo visto essere presenti in grandi quantità nelle acque degli oceani provocano una serie di danni inimmaginabili sia sull’ecosistema marino che sulla fauna che ruota attorno ad esso, che siano animali di terra o uccelli.

Molti infatti sono gli animali che si nutrono di pesce o di organismi che vivono in acqua, e diventano quindi vittime inconsapevoli dell’inquinamento dei mari e allargano il problema alla loro catena alimentare.

Nel caso degli uccelli marini ad esempio, come avevamo già visto la settimana scorsa, la presenza di plastica è spaventosa, e già avevamo detto che secondo alcuni studi entro il 2050, di questo passo, il 99% di questi animali avrà ingerito parti o particelle di questo materiale così invasivo.

Ma non solo, una ricerca più recente ha infatti dimostrato come già oggi nel 70% degli uccelli marini analizzati siano presenti le sostanze che compongono i filtri delle sigarette, altro inquinante spaventosamente diffuso (a livello puramente numerico risulta essere l’oggetto più presente tra i rifiuti rinvenuti sulle spiagge di tutto il mondo). Così diffuso che ne è stata riscontrata la presenza anche nel 30% delle tartarughe marine oggetto di studi.

Le tartarughe sono loro malgrado in buona compagnia: tutti i pesci di grossa taglia, come tonni, delfini, pesci spada, i cetacei, e poi uccelli come gabbiani, cormorani, pellicani, fregate e altri ancora, spesso ingeriscono sacchetti o parti di plastica particolarmente voluminose che poi ostruiscono le vie respiratorie o l’apparato digerente, causandone in molti casi la successiva morte per soffocamento o per sfinimento.

L’Unesco stima che in mare muoiano ogni anno a causa dei rifiuti un milione di uccelli e centomila mammiferi marini, e che la plastica abbia già intossicato l’86% delle tartarughe marine, il 44% di tutte le specie di uccelli marini e il 43% delle specie di mammiferi marini. E purtroppo sono numeri in costante aumento.

Un altro dei grandi mali che affliggono gli oceani di tutto il mondo sono le sostanze chimiche che raggiungono i mari attraverso i fiumi: sostanze chimiche presenti in grandi quantità sia in concimi e pesticidi utilizzati in agricoltura e che filtrano nel terreno, sia negli scarichi delle grosse industrie che vengono sversati direttamente nei corsi d’acqua, sia negli scarichi domestici (detersivi, saponi, creme).

Una volta giunte al mare, queste sostanze possono agire in diversi modi, ma sempre dannosi per l’ecosistema marino.

Innanzitutto favoriscono il fenomeno dell’eutrofizzazione, che consiste nell’eccessivo accumulo di elementi come azoto e fosforo nell’acqua, e causa la proliferazione di alghe: queste, in grandi quantità, non riescono ad essere smaltite dall’ecosistema circostante e determinano così una maggiore attività batterica, aumentando il consumo di ossigeno. Questo eccessivo consumo di ossigeno provoca a lungo andare la morte di pesci e organismi in generale.

Un altro effetto devastante causato dallo sversamento in mare di sostanze nocive è la contaminazione e successiva morte dei coralli: queste sono tra le specie più minacciate dall’inquinamento, in quanto assorbono facilmente metalli come mercurio e piombo.

I coralli sono organismi complessi molto importanti, che vanno tutelati con qualsiasi mezzo; basti pensare che un quarto delle specie animali e vegetali che popolano i fondali trovano un habitat perfetto tra le loro ramificazioni, e anche i piccoli di un quarto delle specie ittiche trovano riparo nei reef. Questo fa si che abbiano una diretta incidenza anche a livello economico, considerando quanto pesce viene consumato ogni anno dall’uomo.

Purtroppo però, circa tre quarti delle barriere coralline esistenti sono attualmente a rischio, a causa di quanto detto sopra ma anche a causa di tecniche di pesca distruttive e dei cambiamenti climatici: i coralli infatti patiscono particolarmente la sempre maggiore acidità dell’acqua.

Riguardo a questo elemento in particolare, l’acidità dell’acqua dovuto ai cambiamenti climatici e all’inquinamento, è interessante riportare i risultati di uno studio effettuato dal NOA, l’agenzia federale statunitense che si occupa di oceanografia: gli scienziati che ne fanno parte hanno scoperto che l’innalzamento dell’acidità del Ph marino nell’Oceano Pacifico, dovuto alla sempre maggiore quantità di anidride carbonica assorbita dall’acqua, sta provocando un deterioramento del guscio dei granchi di Dungenees nei loro esemplari allo stato larvale, il quale provoca a sua volta un danneggiamento degli organi sensoriali di tali crostacei durante lo sviluppo. Questo fa si che da adulti abbiano notevoli problemi di galleggiamento e nella capacità di reperire cibo, provocandone quindi la morte prematura in molti esemplari.

La situazione non è migliore nel nostro mare, il Mediterraneo: anche qui abbiamo diverse specie a rischio, a cominciare dalle tartarughe caretta caretta, minacciate dalla plastica sia sulle spiagge dove depongono le uova (i cuccioli dopo la schiusa spesso hanno difficoltà a raggiungere il mare poiché ostacolati dai rifiuti) sia in mare aperto, dove ingeriscono notevoli quantità di microplastiche; microplastiche assunte regolarmente anche dai cetacei del Santuario Pelagos, l’area con la presenza di cetacei maggiore del Mediterraneo. Le statistiche dicono che la seconda causa di morte per questi esseri spettacolari, dopo le infezioni batteriche, è l’inquinamento, in cui la plastica gioca un ruolo fondamentale.

Anche gli uccelli marini dell’area mediterranea sono minacciati dall’assunzione costante di microplastica, ed è inoltre deprimente notare come la grande quantità di rifiuti presenti sulle nostre spiagge stia modificando anche le abitudini di questi animali: molti di questi infatti stanno iniziando a costruirsi i nidi con frammenti di plastica.

Purtroppo questi sono esempi che non rimangono isolati: l’inquinamento sta colpendo tutta la fauna marina del Mare Nostrum, a cominciare dalle meduse, passando per i grossi predatori come gli squali, per finire con i molluschi: chi più chi meno passa la sua esistenza a fare i conti con oggetti e organismi estranei al suo ambiente tipo.

  • Conseguenze dell’inquinamento per l’uomo (e per le generazioni future)

Secondo una ricerca australiana commissionata dal WWF, un essere umano ingerisce in media 5 grammi di microplastiche alla settimana, a causa dell’ingresso di queste nella nostra catena alimentare.

Infatti abbiamo visto, nella prima parte di questo articolo, come la contaminazione della catena alimentare abbia inizio addirittura dagli organismi che compongono il plancton, in quanto già questi ingeriscono minuscole microfibre di plastica, per arrivare fino a noi.

Un report pubblicato sulla rivista Annals of Global Health ha poi messo in risalto l’impatto dell’inquinamento degli oceani sulla comparsa di determinate patologie nell’uomo.

Nelle microplastiche infatti si trovano cancerogeni, neurotossine e varie sostanze chimiche che interferiscono con gli ormoni e provocano vari tipi di cancro, oltre ad una riduzione della fertilità.

Altro problema è dato dalla massiccia presenza nelle acque di una sostanza chimica in particolare, la quale è portatrice di conseguenze drammatiche: il mercurio. Questo è contenuto nel carbone, e si vaporizza quando avviene la combustione nelle industrie e nelle abitazioni private, andandosi poi a depositare in mare e accumulandosi all’interno di pesci di grossa taglia come ad esempio tonni o pesci spada.

Il report di Annals of Global Health pone sotto i riflettori le conseguenze per le donne incinte: il mercurio infatti rischia di danneggiare il cervello in via di sviluppo dei bambini in grembo, provocando nei casi più gravi autismo, riduzione del QI o disturbi dell’apprendimento.

Negli adulti, invece, può provocare malattie cardiache e demenza.

Ma le sostanze che inquinano le nostre acque, e ovviamente non solo quelle marine ma anche quelle dolci, sono molte: arsenico, piombo, fluoro, zinco, rame, solo per citarne alcune. E ognuna di esse, in quantità eccessive, può favorire lo sviluppo di determinate patologie, quali malattie infettive, malattie renali e ossee, malattie del sistema circolatorio, tumori di vario tipo, in particolare quelli dipendenti da ormoni (seno, testicoli, prostata).

Insomma, il quadro purtroppo non lascia spazio a possibili interpretazioni, la situazione è grave e va via via degenerando anno dopo anno, quindi bisogna agire in maniera decisa, e a cominciare da subito.

Molti enti, associazioni, organizzazioni di rilievo internazionale e molti governi si stanno muovendo in stretta collaborazione per garantire la conservazione ed il ripristino, ove necessario, delle condizioni ideali per la sopravvivenza della fauna e della flora marina, per proteggere la biodiversità e tutelare anche economicamente il futuro di molti paesi che di mare vivono da sempre.

In questo contesto si inserisce anche la campagna 30×30 Italia – Worldrise Onlus https://30×30.it/campagna/https://worldrise.org/ di cui abbiamo parlato questa settimana nella nostra rubrica del lunedì #thewondermonday (la trovate nelle stories in evidenza, sulla nostra pagina Instagram che vi chiediamo di venire a seguire http://www.instagram.com/fiveinwonderland).

La prossima settimana, quindi, riguardo al cattivo stato di salute degli oceani tratteremo come ultimo argomento il surriscaldamento delle acque e la sua relazione incrociata col clima, ma poi concluderemo l’articolo parlando di alcune delle più importanti iniziative a livello locale e globale volte alla tutela di quello che è senz’altro l’elemento più importante per la sopravvivenza della nostra specie, il mare.

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