Pesca intensiva: finiremo tutti in rete?

Categorie Ecologia e Sostenibilità

Qualche settimana fa Netflix ha inserito nel suo catalogo il documentario Seaspiracy. Lo ha realizzato un ragazzo di 27 anni, Ali Tabrizi, che nell’arco di 5 anni ha raccolto un bel po’ di materiale durante i suoi viaggi, fino ad averne abbastanza per produrre quest’opera che si può tranquillamente definire sconvolgente. Nel documentario infatti racconta come stiamo distruggendo i nostri mari, mettendo sotto accusa l’intero sistema della pesca a livello mondiale. Se non l’avete ancora visto ve lo consigliamo vivamente, magari guardatelo lontano dai pasti, può risultare un po crudo…

Questo però non vuole essere uno spot pubblicitario del film: come detto sopra lo consigliamo a tutti perché porta in primo piano una tematica ai più sconosciuta, ma a noi serve per agganciarci al discorso che avevamo portato avanti nella serie di articoli legati al mare dal titolo “Un oceano di… tesori da preservare”. In quegli articoli ci eravamo occupati principalmente dell’inquinamento da plastica che sta devastando gli oceani, accennando solo marginalmente ad altri problemi che invece li riguardano.

La pesca eccessiva è uno di questi: spesso è un problema sottovalutato, ha sempre avuto poco risalto mediatico, ma documentario a parte sono ormai anni che buona parte della comunità scientifica cerca di portare all’attenzione dell’opinione pubblica la criticità dei metodi utilizzati.

Uno degli aspetti più sottovalutati ad esempio è proprio l’inquinamento provocato dalla pesca a strascico. Forse in pochi lo sanno, ma questo particolare metodo, già criticato ampiamente dagli ambientalisti perché distrugge l’habitat marino e riduce le riserve ittiche, può produrre più Co2 di quanta non ne venga prodotta da tutti i voli aerei effettuati in un anno intero. A dircelo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature: attraverso dati ricavati dal satellite, ha riscontrato che le barche che pescano con le reti sul fondale causano emissioni di carbonio quantificabili in un range che va da 0,6 a 1,5 gigatonnellate all’anno. Gli aerei sono responsabili di 1 gigatonnellata emessa ogni anno.

pesca

Questo accade perché le reti agiscono sul più grande deposito di carbonio al mondo, appunto il fondale marino, facendolo affiorare in superficie: ovviamente, come avevamo visto già nella terza parte del nostro articolo sui mari, la conseguenza è che ciò va ad incidere enormemente sul surriscaldamento globale. E purtroppo i principali responsabili di questo problema sono Cina, Russia, Italia e Regno Unito.

La Cina in particolare è proprietaria della flotta per la pesca d’altura più grande del mondo: secondo alcune stime conterebbe circa 10 mila barche e da sola vale il 15% del pescato mondiale. Per questo motivo è sotto la lente d’ingrandimento, ma va detto che non fa nulla per evitare di attirare l’attenzione: negli ultimi anni i problemi diplomatici tra Cina e in particolare i Paesi del Sud America non si contano più. Innumerevoli volte le navi del colosso asiatico sono state sorprese a pescare in aree marine non di loro competenza, avvalendosi poi di escamotage per non essere individuate, come lo spegnimento dei localizzatori o lo spostamento del pesce su navi frigorifero subito dopo averlo pescato in modo tale da oscurarne la provenienza o ancora pescando con navi da pesca non registrate ma mascherate da barche di supporto logistico.

Inoltre un problema non secondario, ma che anzi incide direttamente sulla perdita di biodiversità negli oceani, è la quantità impressionante di specie protette consumata in Asia, e sia Cina ma anche Giappone non si tirano certo indietro dal pescarle senza freno: secondo l’University of Queensland australiana, l’ 1,6% del pescato globale corrisponde a specie a rischio (92 diverse specie, di cui 11 considerate sull’orlo dell’estinzione) e di queste la maggior parte si trovano nei mari battuti dalle flotte asiatiche.

Ma la pesca crea anche problemi indiretti ad alcuni esemplari che abitano gli oceani: è il caso della balenottera azzurra, che abita purtroppo per lei nelle acque pescose del Pacifico meridionale, davanti alle coste cilene e alla Patagonia. Questa zona è battuta giornalmente da circa 1000 imbarcazioni da pesca e da navi frigorifero, e come vediamo dall’animazione qui sotto, che ricostruisce una settimana di vita di una balenottera nel Golfo di Ancud, la situazione è al limite dell’insostenibile per questa specie, che infatti rischia l’estinzione. Purtroppo sono ormai parecchi i casi accertati di ferimenti causati da scontri con le chiglie delle navi o con le eliche di queste e di esemplari rimasti intrappolati nelle reti, che hanno poi difficoltà a muoversi per procurarsi cibo e quindi vanno incontro a morte certa.

In definitiva, alcune delle soluzioni che si devono adottare per cercare di salvare i nostri mari e di conseguenza il nostro pianeta, vista l’incidenza primaria di questi sulla salute della Terra, sono sicuramente la riduzione della pesca e del consumo di pesce in generale, ed in particolare l’abbandono di certe tecniche e di certe abitudini culinarie, un maggior controllo di certe aree strategiche degli oceani, l’adesione e il supporto ad alcune iniziative particolari, come ad esempio la campagna che si propone di creare almeno il 30% di aree marine protette nel Mediterraneo entro il 2030 (firma anche tu la petizione per salvare i nostri mari e il nostro futuro) e possibilmente sfruttare eventi mondiali come la conferenza dell’Onu sulla biodiversità, conosciuta come Cop15 e che quest’anno si terrà proprio in Cina, per mettere sotto pressione alcuni dei paesi che più sfruttano gli oceani.

Per quanto riguarda noi invece, come singoli consumatori, prima di comprare del pesce o quando ci troviamo di fronte ad un succulento piatto elencato nel menù di un ristorante, le tre domande fondamentali che dovremmo porci sono: che pesce sto mangiando? da dove arriva? come è stato pescato?

E perché no, una volta nella vita metterci una mano sulla coscienza e considerare qualche rinuncia a discapito del palato ma a favore del Pianeta.

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