Perchè è importante l’Amazzonia e cosa rischiamo di perdere

Categorie Ecologia e Sostenibilità

Nelle ultime settimane ci siamo occupati più volte dell’Amazzonia e di tutti i problemi che la riguardano, perchè riteniamo che sia fondamentale mantenere alto il focus su questo argomento data l’importanza a livello globale di quest’area: abbiamo quindi parlato di deforestazione, allevamenti e agricoltura intensivi, atti di violenza verso le popolazioni indigene che abitano queste terre, la scarsa tutela del territorio da parte della politica brasiliana.

Oggi, dunque, entriamo più nel dettaglio di alcuni aspetti solo accennati e ne riprendiamo altri già trattati ma che meritano un’attenzione particolare.

E’ interessante sapere innanzitutto che il territorio occupato dall’ Amazzonia è di circa 6,7 milioni di Km quadrati e tocca 9 paesi del Sud America, anche se circa il 60% del territorio è su suolo brasiliano.

Si è formata decine di milioni di anni fa ed ha subito varie trasformazioni attraversando ere geologiche diverse. Inoltre importanti scavi archeologici suggeriscono che i primi insediamenti umani dovrebbero risalire a più di 11 mila anni fa.

E’ la seconda foresta più grande al mondo dopo la taiga russo-siberiana e costituisce più di un terzo della foresta pluviale rimasta sulla Terra, ed è stata inserita, nel 2011, al primo posto delle “Nuove sette meraviglie del mondo naturale”.

E’ inoltre il bacino fluviale più grande al mondo e il Rio delle Amazzoni raccoglie quasi il 20% dell’acqua dolce che si trova sul Pianeta.

Ospita il 15% della biodiversità di tutte le terre emerse e quella maggiore rispetto a tutte le altre foreste tropicali. Gli innumerevoli studi che la riguardano ci raccontano che in questa regione vivono circa 3 milioni di specie di insetti e 100 mila specie di invertebrati, 3 mila specie di pesci (il più alto numero al mondo di specie di acqua dolce), quasi 1300 specie di uccelli (sembra che qui vivano un quinto di tutti gli uccelli della Terra), 380 specie di rettili, 430 di anfibi e 420 di mammiferi.

Anche da un punto di vista della varietà vegetale siamo in presenza di un caso unico al mondo: si stima che nel 2013 nella Foresta Amazzonica ci fossero 390 miliardi di alberi appartenenti a 16 mila specie diverse e circa 40 mila specie di piante. Il 75% di tali specie è presente solo qui.

Svolge anche un importantissimo e fondamentale ruolo di regolatore del clima a livello mondiale: la foresta pluviale infatti trattiene tra i 150 e i 200 miliardi di tonnellate di carbonio tramite l’assorbimento dell’anidride carbonica, uno dei principali gas serra responsabili del riscaldamento globale. La sua continua distruzione provoca il rilascio nell’atmosfera di un enorme quantitativo di questa sostanza, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, quando invece avremmo bisogno proprio degli alberi per “raffreddare” il Pianeta che noi stiamo surriscaldando.

Alla luce di tutto ciò, possiamo dunque capire perché la tutela di questa regione deve essere messa ai primi posti nell’agenda mondiale per la salvaguardia del Pianeta e perchè tutti noi dobbiamo sentirci chiamati in causa e anche nel nostro piccolo adoperarci in qualche modo per partecipare attivamente a questa “operazione di salvataggio”.

Il problema è che bisogna muoversi in fretta, perchè sono ormai decine e decine di anni che si studia, si parla e si definiscono strategie per porre un freno a questo problema, ma in realtà ad oggi la situazione non ha subito quell’inversione di rotta che necessitava.

Basti pensare infatti che abbiamo ormai già perso il 20% della foresta e che 265 specie, di cui 160 animali e 85 vegetali, sono a rischio estinzione, e la cosa drammatica è che il 76% di queste specie era già oggetto di progetti di tutela e conservazione. E anche le specie che vivono in acqua sono a forte rischio, a causa delle polveri degli incendi, dell’erosione del suolo e dell’interramento di fiumi secondari.

Inoltre l’abbattimento e l’incenerimento di una così vasta superficie alberata ha fatto si che dal 2018 ad oggi solo il Brasile ha purtroppo aumentato le sue emissioni del 18-20 %.

Una situazione al limite del sostenibile.

Va detto che a livello globale negli ultimissimi anni c’è stato un notevole ulteriore incremento di attenzione e di sensibilizzazione verso questa situazione: purtroppo però agli sforzi profusi dalle organizzazioni internazionali, di cui abbiamo già largamente parlato in precedenza, non sono state corrisposte le necessarie azioni da parte del governo brasiliano; anzi, la gestione Bolsonaro è andata decisamente nella direzione opposta, a partire dalle dichiarazioni del Presidente al limite dell’assurdo, quando ad esempio afferma che le popolazioni indigene rappresentano un freno allo sviluppo economico della regione e del Paese, o quando afferma che gli incendi sono opera di organizzazioni ambientaliste che operano con lo scopo di screditare l’operato del suo governo, o ancora quando parla di eccessivo allarmismo riguardo al cambiamento climatico.

Non a caso risulta che ci siano dei progetti di “sviluppo” dell’Amazzonia che rispecchiano la sua visione di crescita economica: tra questi, la costruzione di una centrale idroelettrica e di un ponte sul Rio delle Amazzoni nello Stato de Parà, che già detiene il record di deforestazione nel paese, e l’estensione dell’autostrada BR-163 fino alla frontiera con il Suriname, autostrada che già attraversa il Brasile dal Rio Grande do Sul fino al Parà appunto. Inoltre sembrerebbe che questi incentivi per grandi lavori pubblici siano anche volti ad attirare popolazioni non indigene di altre regioni per farle stabilire in Amazzonia, da mettere in contrapposizione con quelle indigene (fonte “The Intercept”).

Da considerare anche che secondo Amnesty International, ma non solo, da un lato l’amministrazione Bolsonaro sta tagliando i fondi alle agenzie per la protezione ambientale e dei popoli nativi, e dall’altro alcune agenzie statali stanno permettendo l’allevamento illegale nelle aree protette della foresta pluviale.

E a questo riguardo c’è un disegno di legge che prevede una sorta di condono per tutti quelli che hanno occupato abusivamente aree protette per praticare pascolo e agricoltura, e questo rischierebbe di incoraggiare ulteriori accaparramenti di terre.

In relazione a quest’ultimo elemento citato, è interessante riportare un fatto: in una lettera firmata da 40 società, le maggiori catene di supermercati della Gran Bretagna hanno in pratica minacciato il Brasile che potrebbero sentirsi in obbligo di boicottare i prodotti provenienti dal Paese sudamericano qualora il governo dovesse approvare il ddl sopracitato. Tra i firmatari figurano Sainsbury’s, Tesco, Morrisons, Mark & Spencer, e molti altri “pezzi grossi”.

Questo accadimento si inserisce in un quadro particolare, che potremmo definire come una nuova forma di ambientalismo, ovvero un ambientalismo finanziario, basato sulla penalizzazione economica del paese incriminato.

Infatti non è un caso isolato, ci sono almeno altri tre esempi recenti che vanno in questa direzione: primo tra tutti quello di Nordea Asset Management, società di gestione del risparmio del gruppo Nordea, il principale istituto finanziario del nord Europa, che ha cancellato JBS, nientemeno che il più grande trasformatore di carne al mondo nonché una delle più grandi aziende brasiliane, dal proprio portafoglio e ha sospeso l’acquisto di titoli di stato brasiliani.

Lo stesso ha fatto Storebrand Asset Management, società norvegese composta da 29 investitori che gestisce 3,7 trilioni di dollari, che si è detta seriamente preoccupata per l’aumento della deforestazione e dello smantellamento delle agenzie ambientali, in quanto starebbero creando una diffusa incertezza sulle condizioni per investire.

Anche molte banche, a cominciare dalla Banca Mondiale, hanno preso posizioni precise e decise: WIB ad esempio ha dichiarato che ritirerà un prestito da 90 milioni di dollari erogato a Bertin, altra azienda brasiliana leader nel settore della carne, che tra l’altro sarebbe anche fornitore di pelle e calzature per aziende come Nike e Timberland.

Giunti a questo punto di non ritorno si spera che dove non arriva l’etica, possa arrivare il denaro: ovviamente questa è una provocazione, e questa battaglia economica va portata avanti di pari passo con tutto ciò che è politico, etico, ambientale; dall’unione di tutte queste variabili si deve cercare di dare una svolta decisiva a tutto questo sistema di negazionismo, assolutamente folle, che avrà come unico epilogo l’eliminazione di questo splendido paradiso che è già stato ampiamente violato.

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