UN OCEANO DI…TESORI DA PRESERVARE (parte 3)

Categorie Ecologia e Sostenibilità
orso polare in estinzione

Ben ritrovati nel consueto appuntamento del giovedì. Oggi, come anticipato la settimana scorsa, tratteremo l’ultima parte della nostra personale inchiesta sulla salute degli oceani, concludendo così un ciclo di tre settimane dedicate al mare e a tutto ciò che lo riguarda da vicino.

Ma partiamo subito senza indugiare oltre.

  • Relazione tra oceani e atmosfera e conseguenze sul clima

Come già ampiamente accennato nelle scorse settimane, gli oceani svolgono diversi ruoli di fondamentale importanza per l’uomo e per il Pianeta in generale: innanzitutto i microrganismi e i vegetali che vi abitano producono il 50% dell’ossigeno che respiriamo; queste enormi masse d’acqua poi assorbono circa il 40% dell’anidride carbonica emessa ogni anno dalle attività umane; e in ultimo regolano le temperature del pianeta, riscaldando l’aria in inverno e raffreddandola in estate: questo accade perchè l’acqua accumula e cede calore molto lentamente.

Purtroppo però il costante aumento delle emissioni di gas serra degli ultimi decenni sta incidendo negativamente su tutti questi fattori appena elencati, in maniera incrociata.

Cercheremo quindi di spiegare questo intreccio in maniera semplificata in modo che possa risultare chiaro a tutti, e non me ne voglia qualche esperto del settore che leggendo questa parte di articolo possa trovare delle semplificazioni, ma la complessità dell’argomento mi porta a fare delle scelte sintattiche ben precise.

Il discorso si fonda innanzitutto sulla presenza e concentrazione di gas serra nell’atmosfera e della Co2 in particolare.

Abbiamo detto che il 40% all’anno di quella prodotta dall’uomo viene assorbita dagli oceani: questo processo è definito effetto spugna o tampone.

Come avviene sulla terra ferma, anche i vegetali marini e il fitoplancton utilizzano il carbonio presente nella Co2 per fare la fotosintesi, e produrre così una enorme quantità di ossigeno che poi il mare rilascia a sua volta in atmosfera, ossigeno quantificabile in circa la metà del totale prodotto sulla Terra.

Più aumenta la concentrazione in atmosfera di Co2 e più aumenta la capacità di assorbimento degli organismi vegetali e non. Ma questo avviene fino ad un certo punto: c’è infatti un livello limite, raggiunto il quale la capacità di assorbimento viene meno e poi si interrompe.

Se a questo fattore viene sommato un aumento delle temperature si innesca il processo opposto: il surriscaldamento fa aumentare i processi di respirazione dei vegetali (rilascio di Co2) e accelera il ritmo di decomposizione organica, che produce a sua volta un aumento di emissioni di anidride carbonica.

Il problema è che un aumento di temperatura è dato proprio dall’eccessivo assorbimento di Co2 da parte dell’acqua, quindi ci troviamo di fronte un processo circolare che porta al degrado sia dell’ecosistema marino sia dell’atmosfera, poiché un minor assorbimento di anidride carbonica e quindi un’eccessiva e sempre crescente concentrazione in atmosfera fa innalzare ulteriormente anche le temperatura esterna.

Non solo, l’eccesso di Co2 in mare porta ad un aumento dell’acidità dell’acqua, e come abbiamo visto la settimana scorsa questo provoca gravi conseguenze sugli organismi con guscio, oltre che su quelli a conchiglia e sui coralli.

Per non parlare poi del fatto che l’acqua si espande col calore, e quindi l’aumento di temperatura dei mari è al momento la prima causa del loro innalzamento, mentre lo scioglimento dei ghiacci delle calotte terrestri ad oggi è responsabile “solo” per un terzo di questo fenomeno, mentre contribuisce invece ad un ulteriore surriscaldamento del Pianeta, dato che la superficie dei ghiacci riflette la radiazione solare.

Tutto ciò ha delle forti ripercussioni anche sugli eventi climatici: innanzitutto i modelli delle precipitazioni stanno cambiando, sopratutto a causa del modificarsi dell’evaporazione dell’acqua negli oceani, rendendo generalmente le regioni europee umide ancora più umide e quelle secche ancora più secche. Allo stesso tempo, gli eventi climatici estremi, come ondate di caldo e siccità o forti precipitazioni con conseguenti alluvioni, stanno aumentando in frequenza e intensità.

Il caldo estremo inoltre spesso riduce le risorse idriche in aree che già soffrono di carenza d’acqua.

Ed infine gli effetti dei cambiamenti climatici aggravano situazioni come l’inquinamento: basti pensare che un flusso fluviale ridotto a causa della diminuzione delle precipitazioni o a causa del minor apporto di acqua derivante da una minor formazione di ghiacci in inverno può comportare una maggiore concentrazione di inquinanti.

  • Trattati internazionali, progetti locali e indicazioni per uno stile di vita individuale sostenibile e a basso impatto ambientale.

L’importanza degli oceani è ormai cosa ben nota e riconosciuta a livello mondiale: negli anni sono stati siglati diversi accordi a livello internazionale volti a tutelare i mari ed il loro utilizzo, hanno preso vita decine di iniziative in ogni angolo del globo con lo scopo di salvaguardare gli oceani, e la ricerca scientifica ha indicato tante possibili azioni da mettere in atto per migliorare la salute dei mari e dato diverse indicazioni su come possiamo migliorare il nostro stile di vita in modo da non impattare negativamente sulla salute di questo bene cosi prezioso.

Già nel 1969, la Convenzione di Bruxelles sulla responsabilità civile per i danni derivanti dalla fuga e dallo scarico di idrocarburi dalle navi iniziava a delineare una rotta ben precisa per la salvaguardia degli oceani. (https://www.fog.it/convenzioni/italiano/bruxelles-1969-1992.htm)

Si proseguì nel 1972 con la Convenzione di Londra sulla prevenzione dell’inquinamento marino causato dallo scarico di rifiuti ed altre materie.

Nel 1996 poi il Protocollo alla Convenzione di Londra del ’72 vietò l’incenerimento in mare di rifiuti o altre scorie, limitò considerevolmente l’elenco dei rifiuti che potevano essere immersi, ed in particolare l’immersione di qualsiasi tipo di scoria radioattiva.

(https://www.fog.it/convenzioni/inglese/londra-1996-hns.htm)

Nel 1974 fu la volta della Convenzione di Parigi, per la prevenzione dell’inquinamento marino proveniente da terra.

(https://www.fog.it/convenzioni/inglese/parigi-1974-1986.htm)

Nel 1992 fu redatta anche la Convenzione di Helsinki, volta alla protezione dell’ambiente marino nell’area del Mar Baltico, uno dei mari purtroppo più inquinati al mondo.

(https://helcom.fi/about-us/convention/)

Questi sono solo alcuni esempi, possiamo definirli i primi passi che vennero fatti in materia di salvaguardia degli oceani, ma l’elenco potrebbe andare avanti a lungo, fino ad arrivare al 2015, quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha redatto i “Sustainable Development Goals”, conosciuti anche come “Agenda 2030”, di cui abbiamo già parlato in altri articoli, ovvero una serie di 17 obiettivi interconnessi volti ad ottenere un futuro più sostenibile per tutti, da raggiungere entro il 2030.

(https://unric.org/it/obiettivo-14-conservare-e-utilizzare-in-modo-durevole-gli-oceani-i-mari-e-le-risorse-marine-per-uno-sviluppo-sostenibile/)

Di questi, l’obiettivo 14, intitolato “Vita sott’acqua”, si pone proprio il problema di come “conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile”.

Tra i suoi punti principali troviamo infatti il proposito di ridurre al minimo e affrontare gli effetti dell’acidificazione degli oceani, prevenire e ridurre in modo significativo ogni forma di inquinamento marino entro il 2025, regolare in modo efficace la pesca e porre termine alla pesca illegale ed eccessiva entro il 2020, sempre entro il 2020 preservare almeno il 10% delle aree costiere e marine, aumentare entro il 2030 la conoscenza scientifica e la capacità di ricerca della tecnologia marina, con lo scopo di migliorare la salute dell’oceano….

Ma i progetti per garantire un futuro più sereno e sano ai nostri mari sono molti: ad esempio l’International Maritime Organization ha fissato dei target di riduzione delle emissioni nel trasporto marino da raggiungere entro il 2050.

Mentre il Parlamento Europeo ha fatto una moratoria contro il “deep sea mining”, ovvero l’estrazione di minerali che avviene sui fondali oceanici: a questo proposito a New York si sta negoziando una parte della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in modo tale da dare una regolamentazione a tutto ciò che va oltre la giurisdizione delle singole nazioni.

Ma proprio i singoli Stati, in particolare negli ultimissimi anni, si sono mossi anch’essi con progetti individuali volti alla salvaguardia dei mari.

Ad esempio il Belize collabora con il WWF per incentivare un turismo sostenibile sulle sue zone costiere; in Mozambico, sempre in collaborazione con il WWF, è stato dato il via ad un progetto di pesca sostenibile che tuteli la fauna ittica e che aiuti economicamente lo sviluppo del Paese.

In Malaysia invece, è stata istituita, ancora una volta in accordo con il WWF, un nuovo tipo di riserva marina, il Tun Mustapha Park: anziché porre sotto rigida tutela una piccola area, si è scelto di gestire una vasta zona in modo sostenibile, dove ogni giorno vengono pescate 100 tonnellate di pesce che danno sostentamento, anche economico, ad oltre 80 mila persone.

Per quanto riguarda invece i materiali inquinanti, la Francia tra il 2020 e il 2021 dirà addio a diversi prodotti in plastica monouso, vietandone in alcuni casi la produzione in altri addirittura la vendita. Ed entro il 2040 si prefigge di eliminare definitivamente tutti gli imballaggi in questo materiale.

Paesi come Ruanda, Bangladesh e Kenya hanno messo al bando la produzione, l’importazione e l’utilizzo di sacchetti di plastica.

Anche l’Italia dal 1° gennaio 2021 ha bandito la vendita di prodotti in plastica monouso dagli scaffali della grande distribuzione.

Usa e Regno Unito invece hanno vietato il commercio di cosmetici che contengono microgranuli di plastica.

Anche da un punto di vista puramente scientifico, molti laboratori di ricerca stanno studiando soluzioni per il futuro: ad esempio dei ricercatori cinesi stanno elaborando, con l’aiuto delle nanotecnologie, la creazione di un corallo sintetico in grado di trattenere due volte emmezzo la quantità di mercurio trattenuta dai sistemi attuali.

Si sta poi studiando la tutela ed il reimpianto della Posidonia oceanica in mare, una pianta che lo rende più efficiente nella produzione di ossigeno e nell’assorbimento di anidride carbonica.

E in ultimo si pone l’accento sull’importanza di implementare la ricerca oceanografica, poiché, come già accennato anche nelle settimane precedenti, il mare è ancora largamente inesplorato.

Per concludere, veniamo a noi: cosa possiamo fare nel nostro piccolo per ridurre l’inquinamento marino e l’effetto serra che condiziona la stabilità dell’ecosistema acquatico e non solo?

Innanzitutto cercare di ridurre al minimo l’acquisto e l’utilizzo di prodotti di plastica nella quotidianità, data l’incidenza di questo materiale sull’inquinamento degli oceani: ad esempio possiamo eliminare le bottiglie di plastica per l’acqua, sostituendole con quelle di vetro o utilizzando l’acqua del rubinetto.

Sempre in un’ottica di riduzione della plastica che va verso il mare, cercare di acquistare il meno possibile indumenti in materiale sintetico, che come abbiamo visto in precedenza rilasciano microplastiche durante i processi di lavaggio.

Cercare di non utilizzare più detersivi o prodotti per l’igiene che contengano sostanze chimiche dannose per l’ambiente, ma che siano invece di derivazione vegetale.

Evitare il consumo su larga scala di prodotti imballati con materiali realizzati utilizzando enormi quantità di energia, come le lattine di alluminio.

Più in generale, cercare di non comprare prodotti che non servono o che sono superflui: quando state per comprare qualcosa, vi siete mai chiesti se vi serve davvero? O che fine possa fare una volta che avrete finito di utilizzarlo?

Andrebbe infatti ricordato e sottolineato che, ogni prodotto acquistato un giorno diventerà un rifiuto, (le plastiche restano sul Pianeta per centinaia di anni), e per ogni cosa esiste una certa quantità di energia consumata e di gas serra rilasciati nell’aria, non solo durante il processo produttivo, ma anche per il suo smaltimento.

Ed infine, ma non meno importante, piantare alberi è fondamentale per la riduzione dei gas serra, poiché questi assorbono anidride carbonica dall’atmosfera durante la crescita e durante la fotosintesi; se non si può fare da soli, si può dare il proprio contributo in azioni collettive già intraprese, comprese quelle a favore della riduzione del disboscamento.

Per questa settimana vi salutiamo e vi ringraziamo come sempre per il tempo che ci avete dedicato.

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Fabrìs @fiveinwonderland

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